Perché la SIAE decide di non pagare un autore che ricorre all’AI? La domanda la rivolgiamo a chi, in SIAE, matura e prende decisioni o scrive linee guida.
Come Assoetica, vorremmo offrire un contributo alla SIAE per proporre un approccio meno binario sulla questione dell’uso dell’AI nel generare brani musicali.
Il tema assai delicato che riguarda i Diritti d’Autore – in presenza di un’opera creata con l’ausilio dell’AI – ha una forte componente di complessità tecnica non semplice da valutare. Profili etici ed economici dovrebbero coincidere. Ma quando la componente dell’AI è solo uno strumento a supporto all’autore, è giusto escluderlo dal godimento dei diritti d’opera?
Proviamo a misurarci su un caso reale. A proporlo è un socio di Assoetica, Giuseppe Vincenzi che, con l’amico Francesco Silipo, ha dato vita al progetto Klara (https://www.inmediart.ovh/klara/). Il progetto Klara è una chiara provocazione che sposta il perimetro nel quale siamo abituati a definire il rapporto con l’AI e a come interpretiamo l’uso della tecnologia.
Ci interroga su una domanda molto interessante: ‘Se due autori, Giuseppe e Francesco, vent’anni fa hanno depositato in SIAE un brano musicale da loro interamente prodotto e oggi decidono di riproporlo con nuovi arrangiamenti generati da un agente virtuale e con una voce sintetizzata con l’AI, può la stessa opera essere oggi catalogata come prodotto musicale escluso dal godimento dei Diritti d’Autore? Oppure, alla radice del pensiero creativo è sempre l’umano a dare forma e sostanza all’opera?’.
Prima di provare ad esaminare la complessità del caso proposto dal progetto Klara, è necessario rispondere ad una domanda: qual è il confine che determina come maggioritario l’apporto umano nella composizione di brani musicali arrangiati con l’uso di un’AI agent? La domanda è molto attuale. Oggi non esiste un unico “confine tecnico” universalmente riconosciuto ma si ragiona su chi prende le decisioni creative sostanziali. In generale, l’apporto umano è considerato prevalente quando l’AI viene utilizzata come uno strumento, mentre l’essere umano mantiene il controllo delle scelte artistiche fondamentali.
L’apporto umano è normalmente considerato maggioritario se l’autore:
- scrive la melodia principale;
- definisce armonia e progressioni degli accordi;
- scrive il testo;
- decide struttura del brano (intro, strofa, ritornello, bridge);
- sceglie timbri, strumenti e atmosfera;
- modifica e corregge in modo significativo le proposte dell’AI;
- dirige l’AI attraverso istruzioni dettagliate e seleziona criticamente il materiale generato.
In questo caso l’AI è assimilabile a una DAW, a un sintetizzatore o a un arrangiatore automatico.
L’apporto umano diventa minoritario quando:
- viene fornito un prompt generico (es: ‘Crea una ballata pop romantica’);
- l’AI genera melodia, armonia, testo e arrangiamento;
- l’utente si limita a scegliere una delle versioni prodotte;
- le modifiche successive sono marginali.
In questo caso il contributo creativo principale è attribuibile al sistema generativo.
Gli esperti però non misurano in percentuale matematica (51-70%…) ma rispondono ad una domanda specifica: ‘Le caratteristiche artistiche che rendono riconoscibile il brano derivano principalmente dalle decisioni dell’autore umano o dall’algoritmo?’ Se la risposta è “dall’autore umano”, il contributo umano è prevalente.
Esempio 1_Un musicista compone testo, melodia, accordi. Poi usa un AI agent per suggerire un arrangiamento orchestrale, creare una sezione archi. proporre un mix preliminare. In questo caso il contributo umano è chiaramente predominante.
Esempio 2_L’utente scrive: “Crea una canzone rock anni ’80 sulla libertà”. L’AI produce tutto il brano e l’utente sceglie la versione migliore. Qui il contributo umano è generalmente considerato insufficiente per rivendicare una piena paternità autoriale.
In ambito giuridico, negli Stati Uniti, chi legifera sul copyright tende a proteggere solo gli elementi frutto della creatività umana. Anche in Europa il principio è simile: l’opera deve riflettere una creazione intellettuale dell’autore umano. Pertanto, se un autore progetta il concept, scrive parti sostanziali, guida e rielabora l’output dell’AI, l’opera può essere considerata prevalentemente umana. Se invece l’AI genera autonomamente la parte creativa essenziale, la tutela giuridica diventa molto più incerta. Possiamo quindi affermare che il vero confine oggi non è quanto tempo impiega l’AI ma chi compie le scelte creative determinanti che danno identità all’opera musicale.
Fatta chiarezza in termini generici, torniamo ora al progetto Klara. Il nome non è casuale. L’obiettivo è creare un collettivo di autori che sottoscrive una dichiarazione d’intenti ispirata al romanzo Klara e il Sole di Kazuo Ishiguro dove Klara è un’amica artificiale capace di osservare, imparare e provare empatia. Dalla sua vetrina studia il mondo, gli esseri umani e le loro emozioni, cercando di decifrare l’anima attraverso i dettagli, la luce e i sentimenti. Non una macchina fredda e distante ma un’estensione della sensibilità. Uno strumento che si mette al servizio dell’emozione umana per aiutarla a splendere.
Come scrive Francesco Vilotta in un articolo pubblicato su lacnews24.it, ‘Klara e la malinconia, primo volume del progetto sostenuto da InMediArt e ideato da Francesco Silipo e Giuseppe Vincenzi, non è semplicemente un esperimento musicale sull’AI. È qualcosa di molto più raro.
È il tentativo di capire se, in un mondo dominato dagli algoritmi, possa esistere ancora una tecnologia capace di ascoltare invece di consumare’.
Ecco il punto dirimente. L’AI che supporta l’umano e viene istruita con valori morali, conoscenze personali profonde – come nel caso di autori musicali polistrumentisti con capacità tecniche e artistiche comprovate – può essere umanizzata? Può fornire un supporto che permetta all’autore stesso di aumentare la propria sensibilità? Può esserci un campo neutro nel quale umano e AI riescono a generare risultati più soddisfacenti? Meno orientati al consumo è più alla fruizione del sapere collettivo? AI e umano possono creare opere d’intelletto in una fusione uomo-macchina propedeutica al miglioramento della sensibilità umana?
Per rispondere a queste domande è necessario neutralizzare il termine “Intelligenza Artificiale”. Come scrive Francesco Varanini nel libro Splendori e miserie dell’intelligenza artificiale (Guerini e Associati), si rischia una gran confusione se tutti vogliamo ripararci sotto l’ombrello che unanimemente chiamiamo “Intelligenza Artificiale”. L’uso del linguaggio per definire la tecnologia è molto importante. Alan Mathison Turing, pioniere dell’informatica, nel 1950 scrisse un articolo oggi ritenuto fondativo dell’Intelligenza Artificiale: “We may hope that machines will eventually compete with men in all purely intellectual fields. Possiamo sperare che le macchine finiscano per competere con gli uomini in tutti i campi puramente intellettuali”.
Nel pensiero di Turing il corpo non esiste. Meglio, è un’appendice irrilevante. Paradossalmente oggi sostituiamo i soldati in guerra con robot. Gli scienziati sono impegnati a creare modelli antropomorfi sempre più somiglianti al corpo umano. E qui, sotto un profilo strettamente logico formale, possiamo cogliere un primo aspetto chiave: l’imitazione e la simulazione di un comportamento umano. Si sceglie sempre la via comoda, conosciuta che restituisce risultati preconfezionati, precostituiti, incasellati. Una logica binaria che è più fruibile e iscrivibile a determinate necessità politico-sociali-economiche. Già Alan Turing affermava che “il lavoro umano è eseguire quello che è scritto in un libro delle regole”.
Bene! Il collettivo Klara rompe questo schema binario. Chiede all’AI di ripensare un brano musicale creato quando l’Intelligenza Artificiale non aveva cittadinanza e i computer erano agli albori del calcolo computazionale. Chiede di arrangiare, dare voce e rielaborare melodie create dall’essere umano vent’anni prima. E lo fa ripercorrendo la trama del romanzo Klara e il sole che consegna al lettore una riflessione commovente sulla solitudine, sull’amore incondizionato e sull’essenza stessa dell’anima umana, cercando nell’Intelligenza Artificiale una risposta emozionale, sentimentale, carica di calore umano. Il risultato è una melodia inedita dove viene meno il confine tra apporto umano e apporto artificiale.
A questo punto come la mettiamo con il diritto d’autore? Negli anni ’70, Franco Battiato fu il primo compositore italiano a dotarsi di un sintetizzatore portatile, l’EMS Synthi VCS3, con il quale incise Fetus. Un album fatto di suoni improvvisati. Ricordo che Battiato, agli inizi della sua carriera, non sapeva leggere né scrivere la musica. Iniziò a comporre utilizzando la tecnologia elettronica (come i sintetizzatori) e affidandosi per gli arrangiamenti a collaboratori fidati che traducevano la sua ispirazione in spartiti. Anche il Synthi era una macchina che creava suoni. Potremmo azzardare che lo faceva forse anche più dell’Intelligenza Artificiale: bastava accenderla e improvvisare suoni. Dal gennaio 1970 la SIAE iniziò a gestire direttamente i diritti di riproduzione meccanica, area che fino a quel momento era stata affidata a un ente separato, la SEDRIM.
Ecco dunque che il nostro tema torna. È possibile parlare di Intelligenza Artificiale senza usarla come ombrello di tutte le forme di tecnologia computazionale? È possibile aprire un dibattito istituzionale con la SIAE? Partendo da queste premesse sarebbe molto interessante ascoltare il pensiero degli autori, dei fruitori musicali e dei discografici. Perché lo sguardo novecentesco non è più in grado di cogliere le sottilissime sfumature che gli algoritmi possono intercettare.
E su questo ci stiamo giocando molto. In primis, la capacità di scegliere utilizzando ancora il nostro libero arbitrio.
Autore dell’articolo: Valter Carasso