di Luigi Adamuccio
Quelle che seguono sono alcune mie riflessioni maturate anche sull’onda della mia recente partecipazione al primo “Salento Safety Congress” organizzato a Lecce lo scorso 14 marzo 2025.
Un evento, ben impostato, che ha visto l’intervento di relatori di indiscusso rilievo nazionale, nato dall’iniziativa di due giovani pugliesi visionari, Andrea Maio e Francesco Sgaramella, con l’obiettivo di affrontare in modo incisivo e innovativo le problematiche legate alla salute e sicurezza nei luoghi lavoro, sfidando le inefficienze attuali del settore e proponendo un nuovo approccio più consapevole, pragmatico e umano.
Durante la giornata tanti i temi affrontati, ma tutti imperniati intorno al concetto di “cultura della sicurezza” ed al motto “safety first”.
Partiamo da quest’ultimo per puntualizzare un paio di cose e andare poi ad analizzare, nel modo più disincantato possibile, cosa significhi concretamente creare una “cultura della sicurezza” che evidentemente, se va costruita o quanto meno rafforzata, o manca o è molto debole e carente.
L’utilizzo del motto, ossia di quella breve ed efficace espressione intesa a descrivere le motivazioni o intenzioni di un gruppo sociale o di un’organizzazione aziendale, “Safety first” è, a mio avviso, solo un artefatto, peraltro poco genuino: la salute e la sicurezza è un valore al primo posto assoluto, diciamolo senza alcuna apprensione, solo nelle società di consulenza che a tale tema dedicano tutte le loro energie, essendo il loro “core business”.
Per la restanti imprese e organizzazioni aziendali, a seconda della sensibilità dei vertici, la safety può essere, nelle migliori delle ipotesi, tra i primi posti, ma non certo in testa.
Per due semplici motivi.
Il primo è che se il mio business è produrre ad esempio calzature o offrire servizi finanziari, come insegna il professor Michael Porter, economista statunitense noto in tutto il mondo per i suoi studi sulla strategia aziendale, sul mio prodotto o servizio devo concentrare tutte le mie migliori energie, per soddisfare al meglio i miei clienti, senza dei quali la possibilità di restare sul mercato, di fare utili, profitti è definitivamente compromessa.
Il secondo motivo è che, se più del 90% delle aziende italiane non arrivano a 10 collaboratori, è evidente quanto la stragrande maggioranza dei lavoratori non abbia la minima tutela. E se le risorse finanziarie, in piccole realtà, sono per giunta anche scarse, i costi della salute e sicurezza o sono contenuti o, peggio ancora, sono oggetto di un taglio indiscriminato.
E così passiamo, nella realtà di tutti i giorni, da molte aziende che sfruttano i dipendenti, costringendoli a lavorare in postazioni scomode, con manutenzioni ridotte al minimo, in condizioni poco sicure che li espongono a gravi danni, a poche aziende illuminate che, ben comprendendo che una persona, se adeguatamente considerata e coinvolta, diventa più motivata e produttiva anche del 10-15%, si preoccupano del benessere individuale (inteso come miglior equilibrio possibile tra piano biologico, piano psichico e piano sociale). Quel “benessere” che la Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”.
E qui cominciamo a toccare il tema della così detta “cultura della sicurezza” solo appena trattato durante il primo “Salento Safety Congress” dello scorso 14 marzo 2025.
La cultura in generale, definita come caratteristica che accomuna i soggetti che ne partecipano, è l’insieme di quelle regole e di quei valori condivisi che guidano il comportamento delle persone facenti parte di una comunità. Può essere la cultura di una intera nazione o la cultura di una specifica organizzazione aziendale: un patrimonio fatto di elementi visibili, facili da riscontrare, ma espressione di valori più profondi, radicati nelle menti dei membri dell’organizzazione. Si parla a tal riguardo di assunti che spiegano le motivazioni alla base dei comportamenti delle persone facenti parte di una comunità. Tra i valori che formano la cultura di una nazione e più in generale di una organizzazione, quelli etici, sebbene con molta difficoltà, pare ricominciare ora ad essere considerati importanti.
Potremmo sintetizzare la cultura “nel modo in cui in una specifica comunità si fanno le cose e si stabiliscono la priorità”.
Un cambiamento culturale è un processo lento che può essere accorciato solo se di usano dei facilitatori.
Quanto in particolare alla “cultura della sicurezza”, essa, come scriveva oltre venti anni fa lo psicologo statunitense Edgar Henry Schein, “non si costituisce come una realtà oggettiva quanto piuttosto come processo dinamico d’interazione tra gli attori sociali, un processo di costruzione, ricostruzione e distruzione di significati e di pratiche di senso relative alla sicurezza. Inoltre, è inevitabile il suo intreccio con la politica e l’etica aziendale”.
Occorre premettere che il concetto di “cultura delle sicurezza” si è fatto strada solo dalla fine del secolo scorso con il nuovo quadro normativo che si è venuto a determinare (su tutti i Decreti Legislativi n. 81/08 e n. 231/01 e loro successive modifiche e integrazioni), il quale alla salute e sicurezza sul lavoro riconosce un’importanza di certo non secondaria, al di là di quelle che sono le altre priorità aziendali (su tutte il business).
Tant’è che il tema della salute e sicurezza è ormai da molti anni all’attenzione dell’ambiente scientifico e produttivo per la sua rilevanza pubblica, anche quale conseguenza indiretta della crescente chiamata in causa e responsabilizzazione dei vertici aziendali e degli altri soggetti interessati.
La salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro sono obiettivi che trovano le loro radici nell’art. 2087[1] del Codice Civile e negli artt. 32[2] e 41[3] della nostra Costituzione.
Nonostante tutto, la “cultura della sicurezza” continua a trovare un grosso ostacolo nella perdurante aspirazione della gran parte delle imprese al massimo profitto.
E non meraviglia più di tanto se ancora oggi, in Italia, le norme sulla salute e la sicurezza sono viste come un’imposizione, un fastidio, una perdita di tempo e soldi, un qualcosa che non ci si può permettere, dovendo restare concentrati sul business puro e semplice.
C’è alla base un problema etico che passa dalla continua sconfitta di un’altra cultura, quella della prevenzione (fare prevenzione significa impiegare ora risorse certe, per prepararsi a fronteggiare problemi futuri probabili, presumibili, potenziali e che, quindi, potrebbero anche non presentarsi). Una delle pietre angolari dell’etica della sicurezza sul lavoro è, infatti, la prevenzione. Le organizzazioni dovrebbero concentrarsi sull’identificazione anticipata dei potenziali rischi e sulla messa in atto di misure preventive per evitarli. Questo richiede un costante monitoraggio delle attività, una valutazione dei rischi e un’analisi approfondita degli infortuni e dei near miss.
Una pratica fondata su principi morali e sociali che mettono al centro la dignità e la sicurezza delle persone, e che va oltre la semplice conformità alla legge, spingendo le organizzazioni a compiere uno sforzo in più, nella consapevolezza che solo così si garantisce la massima protezione possibile.
Manca, in buona sostanza, in una parte significativa delle aziende, una vera educazione alla sicurezza, una educazione finalizzata non tanto alla conoscenza dei sistemi di gestione formalizzati, delle norme riportate in Ordini di Servizio o procedure interne e dei vari dispositivi di sicurezza (elementi hard, emersi, visibili di una “cultura della sicurezza”), quanto alla comprensione del valore della salute e dignità del lavoratore, in quanto persona (elemento soft centrale di una vera, autentica “cultura della sicurezza”).
Manca una cultura portatrice di principi che riequilibrino il rapporto tra il lavoro e la produzione, che bilanci le esigenze dell’efficienza con il rispetto della persona umana, sopratutto alla luce di quella visione liberal-capitalista dell’economia, con derivazioni molto gravi sul piano morale che sono sotto gli occhi di tutti.
Nel mondo del lavoro occorre rimettere al centro la persona, non il profitto (che deve essere un mezzo e non il fine) contribuendo alla formazione di un nuovo umanesimo del lavoro, tanto caro al nostro attuale Papa Francesco.
Questo implica, all’interno di una organizzazione aziendale, un cambio di mentalità per far sì che la sicurezza diventi un valore fondamentale condiviso da tutti i membri del team. Una “cultura della sicurezza” che promuova la responsabilità individuale e collettiva, incoraggiando la segnalazione proattiva di potenziali pericoli e sostenendo il miglioramento continuo delle politiche e delle pratiche di sicurezza.
E’ necessaria la maturazione di nuova cultura che non veda i costi collegati alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro ancora come:
- un dispendio di risorse, senza ritorni tangibili, che potrebbero benissimo avere altra destinazione;
- una voce in bilancio da contenere, anche se questo, inevitabilmente, comporta un abbassamento degli standard di sicurezza.
Se una vera “cultura della sicurezza” esistesse non avremmo una stima da parte dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) di quasi tre milioni di lavoratori che muoiono ogni anno nel mondo a causa di infortuni sul lavoro e malattie professionali, con una media di più di sei mila persone al giorno. Le cause di questi problemi di sicurezza son state individuate principalmente in errate pratiche abituali nell’azienda o in carenze di formazione, informazione o addestramento, nell’assenza di apprestamenti di sicurezza, in percorsi pericoli non segnalati ed attrezzati, nella mancata segregazione di zone pericolose o con illuminazione inadeguata, in cedimenti o smottamenti di strutture, muri, pareti di scavo, nella presenza di elementi pericolosi quali elettricità, liquidi sul pavimento, gas e vapori in luoghi confinati. Se ne è parlato nel Club degli RSPP, ossia dei Responsabili del Servizio Prevenzione e Protezione, allestito durante l’accennato “Salento Safety Congress” organizzato il 14 marzo scorso.
Le statistiche sulle morti o gli infortuni gravi sul lavoro passano in rassegna le varia cause, ma mai analizzano chi causa questi eventi avversi ed il motivo per il quale continuano ad accadere. Si parla poco di comportamenti imprudenti o di scarsa attenzione dei così detti Dirigenti e Preposti alla Sicurezza e, con estremo pudore, non si affronta il problema del ruolo che dovrebbero avere i Sindacati attraverso la figura del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS in sigla), al quale andrebbero ben spiegati ruolo, poteri e responsabilità. Tre le sue attribuzioni c’è di sicuro la sottoposizione all’attenzione del Datore di Lavoro dei rischi individuati nel corso della sua attività di RLS e la collaborazione, senza alcun vincolo di subordinazione gerarchica, nella individuazione, elaborazione e promozione delle misure di prevenzione idonee a tutelare la salute e l’integrità fisica dei lavoratori.
In Italia, il 2025 si è aperto con un drammatico bilancio sul fronte della sicurezza nei luoghi di lavoro. A gennaio 2025 sono stati registrati già 60 morti sul lavoro, 15 in più rispetto allo stesso mese del 2024, con un aumento del 33,3%. Di queste 60 morti, solo 14 sono avvenute in itinere, ossia come estrema conseguenza di un incidente avvenuto lungo il percorso tra casa e lavoro.
A livello territoriale, il rischio infortunistico varia sensibilmente tra le diverse Regioni italiane. Sempre nel primo mese del 2025, queste le vittime in occasione di lavoro (sono esclusi i decessi a seguito di infortunio in itinere):
- 8 morti in Lombardia;
- 5 morti rispettivamente in Piemonte, Veneto e Puglia;
- 4 morti rispettivamente in Campania e Umbria;
- 3 morti rispettivamente in Trentino-Alto Adige e Calabria;
- 2 morti rispettivamente nel Lazio e in Toscana;
- 1 morto rispettivamente in Sicilia, Marche, Liguria, Emilia-Romagna e Basilicata.
In Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo, Valle d’Aosta, Sardegna e Molise non si è rilevata ancora alcuna vittima sul lavoro.
I dati settoriali mostrano come il trasporto e il magazzinaggio siano i comparti con il maggior numero di decessi in occasione di lavoro (6 morti). Seguono il comparto manifatturiero e le costruzioni con 4 morti ciascuno.
Un cambiamento culturale è un processo, abbiamo detto, molto lento, che può essere accorciato solo se di fa ricorso intelligente a dei facilitatori. Questi, in particolare, quelli su cui agire per arrivare in breve tempo alla costruzione di una solida “cultura della sicurezza”:
- la formazione e il collegato addestramento;
- il rafforzamento dei controlli ispettivi esterni o la costruzione di un alternativo sistema basato sulla premialità,
per un approccio metodologico nuovo, in grado di superare i limiti dei modi di agire tradizionali, che punti sulla massima “produttività economica” delle risorse impiegate nella salute e sicurezza e non sul loro contenimento o addirittura sulla loro riduzione indiscriminata.
In questo nuovo quadro un ruolo significativo lo svolge di sicuro la formazione così come traspare dalla bozza definitiva del nuovo Accordo Stato – Regioni. Non la formazione come attualmente prevista dall’art. 37 del D.Lgs. n. 81/08 e dall’Accordo vigente Stato – Regioni: molto puntata sulla trasmissione di nozioni, di contenuti astratti, per certi versi vuoti se non calati nella specifica realtà, e poco sulla costruzione di una vera “cultura della sicurezza”. Non contano le ore messe in programma, conta la concreta efficacia della formazione, la concreta efficacia anche delle poche ore periodicamente dedicate ad essa, purché incisiva e di qualità; soprattutto alla luce delle profonde modificazioni che attraversano il mondo del lavoro e le grandi differenze che esistono tra organizzazioni di settori diversi e persino tra organizzazioni dello stesso settore. La formazione funzionerebbe, pertanto, molto meglio se gestita in azienda dai dipendenti della stessa, magari affiancati, per una parte delle ore d’aula, da formatori professionisti, se mancanti in azienda, che abbiano prima letto il Documento aziendale di Valutazione dei Rischi e da specialisti di primo soccorso e antincendio. Per ottenere i risultati migliori, bisognerebbe identificare, all’interno della specifica azienda, le esigenze particolari e specialistiche di ogni famiglia di partecipanti al corso e abbinarle a programmi di formazione adatti, molto focalizzati sull’empowerment. Una formazione, dunque, impiegata con la finalità precipua di favorire un cambiamento di atteggiamento che parta dai vertici e arrivi al livello più operativo. Il tutto per la costruzione di una vera “cultura della sicurezza”, che passi non solo dal fare addestramento specifico ma anche dall’instillare nei partecipanti una maggiore consapevolezza del salto di qualità frattanto spiccato, in questi ultimi anni, in ambito salute e sicurezza sul lavoro.
Un salto che porta all’abbandono della visione limitativa della sicurezza sul lavoro come “prevenzione e gestione di un infortunio”, “difesa della salute” a favore del concetto, più tondo, di sicurezza vista come “benessere organizzativo” e “valore etico da perseguire scrupolosamente” per i suoi impatti positivi anche sulla people satisfaction e sulla produttività aziendale. Solo in tal modo la “safety” diventa fattore strategico a supporto del business (strategico non è solo il business, ma strategica è anche la centralità delle persone), a condizione che agli investimenti in salute e sicurezza, una volta effettuati, venga altresì:
- data la massima rilevanza e diffusione, contrariamente a quanto avviene oggi nella realtà di tutti i giorni, in cui, forse per una grave miopia che non permette di vedere essi come impieghi di risorse critiche per il raggiungimento di determinati obiettivi economico-finanziari, a questo tipo di interventi si tende a dare poca evidenza;
- agganciato un qualche sistema che ne monitori l’impatto, magari mediante indagini sul clima aziendale.
Dopo la formazione, c’è chi intende (il nostro legislatore nazionale in primis) passare dal potenziamento anche dai controlli ispettivi esterni (loro frequenza, efficacia, profondità) con le collegate eventuali sanzioni: uno strumento “educativo” ritenuto concreto, di efficacia immediata poiché le ispezioni spingono i soggetti aziendali a fronteggiare le conseguenze delle proprie scelte, decisioni o omissioni, anche in assenza di una specifica, autentica spinta motivazionale. Questa connotazione rende i controlli uno strumento educativo d’elezione in tutti i casi in cui il deficit di cultura sia talmente grave da rendere impossibile un minimo di coinvolgimento empatico nell’attuazione di condotte comportamentali avanti davvero a cuore la tutela della salute e sicurezza sul lavoro con la collegata valutazione della gravità delle conseguenze di eventuali scelte scellerate.
Quantunque sia difficilmente negabile la comprovata efficacia, almeno nel breve termine, del ricorso a controlli più frequenti e stringenti quale strumento utile a forzare la costruzione di una “cultura della sicurezza” mancante, lo stesso non riceve una condivisione unanime nei soggetti che a vario titolo (es. consulenti, penalisti, studiosi, formatori, componenti del servizio prevenzione e protezione aziendale) si occupano della tutela dei lavoratori nei luoghi in cui questi prestano la loro attività. L’esigenza crescente di trovare un mezzo che proponga una crescita culturale che non passi dall’accertamento da parte di un terzo della violazione e dalle conseguenze negative della stessa, anche in termini di “reputation”, rende i controlli, con le collegate sanzioni, uno strumento correttivo dalla dubbia efficacia sul lungo termine.
In particolare a risultare oggetto di critica è la struttura della eventuale sanzione che si intende evitare, il cui effetto correttivo non si basa su una valutazione ponderata e consapevolmente motivata, sulla comprensione del valore effettivo della salute e della lesa dignità del lavoratore, in quanto persona, ma su un’intenzione volta a privilegiare la convenienza personale (evitare la responsabilità penale che è sempre personale). Per quanto il risultato correttivo, tendente alla maturazione forzata di una “cultura della sicurezza”, possa risultare conseguito, ai più sembra poco opportuno che lo stesso sia ispirato da ragioni opportunistiche, volte solo ad evitare conseguenze spiacevoli per sé e non per la comunità di persone che nella specifica organizzazione vengono esposte ad un rischio.
Una vera “cultura della sicurezza” potrebbe, di contro, maturare in tempi ragionevolmente brevi se si facesse utilizzo anche di strategie di PBS (Positive Behavior Support), ossia di supporto al comportamento positivo: strategie che sviluppano quella proattività che riesce ad intuire in anticipo le esigenze operative, in totale sicurezza, per un organizzazione al meglio del lavoro di ciascuno, che influenzino positivamente le prestazioni e che soprattutto prevengano comportamenti problematici.
Penso che l’introduzione di sistemi premianti in ambito normativo sia, pertanto, la soluzione più corretta per uscire dal vicolo cieco in cui si muove la salute e sicurezza sul lavoro soprattutto in Italia, Paese in cui, quando si verifica un grave infortunio sul lavoro che impatta sulla pubblica opinione, la “cultura delle sicurezza” o, meglio ancora, la sua assenza, viene presentata come la causa principale di quanto accaduto con la solita richiesta di emotivi interventi normativi ad hoc. Premiare le persone o le organizzazioni che svolgono in sicurezza il proprio lavoro è la strategia vincente per migliorare la situazione attuale.
Tra gli addetti ai lavori vi è la consapevolezza che la safety nei luoghi di lavoro inglobi dimensioni culturali, sociali, normative, tecniche, ma soprattutto etiche, per l’acquisizione di un atteggiamento di base, individuale e di gruppo, che deve guidare le azioni di tutti coloro che sono variamente coinvolti in un processo produttivo che presenta rischi potenziali più o meno gravi, per la costruzione, in uno sforzo comune, di una gestione aziendale, altamente affidabile rispetto a incidenti e malfunzionamenti con conseguenze negative, nella quale i problemi delle sicurezza ricevano la giusta attenzione che meritano a causa della loro importanza, coinvolgendo esseri umani dotati di una propria identità, titolari di un diritto alla integrità che nessun altro può
[1] Cod Civ. art. 2087: “L’imprenditore è tenuto ad adottare, nell’esercizio dell’impresa, le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.
[2] Cost. art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.
[3] Cost. art. 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, alla libertà e alla dignità umana”.