Etica. Storia di una parola

di Francesco Varanini

Innanzitutto c’è il . Il soggetto, l’individuo, diverso da ogni altro, e se vogliamo anche ‘identico’, ‘completamente uguale’, ma solo a stesso. L’essere irripetibile, con il suo punto di vista inimitabile.
In origine sta la radice indoeuropea s(w)e, ‘se stesso’. Da qui il sanscrito svah, l’avestano hva-, l’antico persiano huva. E poi il latino se e suus: e suo in italiano, soi e sien in francese, e suyo in spagnolo, Sich e Sein in tedesco. Dalla stessa radice indoeuropea deriva infatti il verbo latino suescere , ‘essere solito’, da cui il latino consuetudo, da cui consuetudine, e costume.
Tutte le antiche culture religiose –zoroastrismo, ebraismo, islamismo, cristianesimo– condividono questa idea del sé, fonte di identità e di conoscenza distintiva. Il non è l’ego, l’io. Il è in origine la terza persona. Il è l’essere che tende alla propria piena manifestazione, al superamento del limite, anche del confine tra vita e morte. Da un’armonica unione dei sé individuali nasce il sé collettivo: la società, come comunità di esseri umani; la natura, come sistema vivente.
Possiamo ricordare qui il passaggio che sta, in greco, tra ídios e koinós. Ídios -che discende dalla radice s(w)e, nella forma riflessiva swed-yo– è ‘proprio’, ‘particolare’. Koinós è ‘generale’. Così come ídios è distintivo della singola persona, koinós riguarda tutti. Il co è in latino cum, indicatore in latino di ‘compagnia’ e di ‘compiutezza’. Dalla consapevolezza di sé dell’individuo, si passa al sé collettivo, sociale.
Dalla radice s(w)e discende in greco anche hos è ‘egli’, ‘ciò’, ‘sé’. Da hos nasce hekastos, che sta per ‘ciascuno’. Da hekastos discendono ethnos e êthos. Ethnos ci porta verso l’identità collettiva di un popolo e di una cultura, mentre êthos corrisponde al latino consuetudo e habitus: ciò che proprio di una persona o di un gruppo sociale.
Di qui riparte Cicerone. Per tradurre il greco idios usa il termine proprietas, che ben prima di parlarci di ‘diritto esclusivo’ ci parla di ‘caratteristica distintiva’. E per tradurre ethikós, ‘relativo al costume’, non usa consuetudo, o qualche altro derivato del verbo suescere; non usa nemmeno habitum. Sceglie un derivato di mos, plurale mores, altra espressione che sta per consuetudine, abitudine. Sceglie il termine moralis.
‘Etica’ e ‘morale’ sono perciò termini strettamente connessi. E al di là di cavillose e sottili distinzioni concepite dai filosofi, indicano una cosa semplice e precisa: il sistema di concetti, giudizi, norme, valori a cui fa riferimento, nella sua condotta, ogni singolo uomo.
Ogni persona ha una sua etica. Ma l’etica, in fondo, è ineffabile, che alla lettera vuol dire: ‘non esprimibile in parole’. L’etica può essere magari anche riassunta in principi, in valori. Ma resta ineludibile il fatto che l’etica esiste solo se la si pratica. Se se ne parla astratto, in modo distaccato dalla nostra personale e quotidiana vita, è perché non riusciamo a praticarla.
Perciò possiamo parlare di etica incarnata. Consiste in fondo nel vivere in carne propria, sulla propria pelle e allo stesso tempo nel proprio animo, la fatica di essere sé stessi – evitando di adattarci comodamente a ciò che altre persone decidono per noi.

(Una precedente versione di questo testo sta in: Francesco Varanini, Le parole del manager. 108 voci per capire l’impresa, Guerini e Associati, 2006).