La dimensione del futuro. Riflessioni sul senso comune da ritrovare

di Valter Carasso

Dare forma a qualcosa che non ha ancora avuto luogo ha a che fare con le teorie relativistiche dello spazio e del tempo. Limitandoci ad una visione di riferimento più specifica: il nostro pianeta, è piuttosto evidente che il futuro sia continuamente determinato e influenzato dagli atti compiuti dall’umanità. I modelli di società del passato, attraverso le rivoluzioni sociali e industriali, hanno dato forma al futuro che noi stiamo vivendo oggi tra XX e XXI secolo. La crescente e rapida innovazione tecnologica che questo nuovo secolo sta conoscendo, è in grado di determinare il futuro con un indubbio vantaggio: la conoscenza acquisita. Ma stiamo realmente cogliendo l’importanza di apprendere dalla nostra storia e le nostre esperienze? I modelli politici liberali e di libero scambio del mondo globalizzato hanno reso l’economia fluida e le società liquide. L’interdipendenza tra forti capacità produttive e masse a cui far consumare prodotti sta creando un corto circuito di dimensioni eccezionali. Mari pieni di plastica, allevamenti intensivi, consumi abnormi di antibiotici, una catena alimentare che rischia di essere compromessa e di non avere le difese immunitarie per arginare nuove specie di batteri ultraresistenti e invasivi.

Il 6 aprile scorso, su The New York Times, è apparso un articolo inquietante dal titolo: “Ciò che dobbiamo sapere sulla Candida Auris” Una misteriosa e potenzialmente pericolosa infezione micotica che sta colpendo in più parti del mondo; 587 i casi negli Stati Uniti. La riservatezza e l’alto livello di attenzione del Governo statunitense e delle autorità di tutela della salute americana, sono spiegate dalla particolare resistenza agli antimicotici che questo fungo sta dimostrando. La morte di molti pazienti in un lasso di tempo piuttosto breve (90 giorni) ha messo in allarme l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Di fronte a queste inquietanti notizie, la nostra reazione è cambiata. Normalmente la prima replica che riceviamo dal nostro interlocutore, quando riferiamo notizie potenzialmente catastrofiche, è di manifesta diffidenza… “sarà la solita bufala, è una fake news, il classico allarmismo come nei casi dell’Ebola, il morbo della mucca pazza o l’influenza suina”. Mi vien da pensare che l’unico virus che oggi ci sta colpendo indiscriminatamente e di cui nessuno si sta occupando, se non pochi filosofi e alcuni studiosi di scienza comportamentale, è quello dell’indifferenza. Morbo che una volta insinuatosi si rivela ostico da debellare perché mina la nostra capacità di discernimento tra realtà e consapevolezza.
I Governi sembrano più attratti dalle aspettative create dai nuovi paradigmi tecnologici. IOS (Internet of Things), robot al posto di lavoro, redditi universali per le persone (senza soldi e lavoro come potremmo fare acquisti su internet?), telemedicina, reti 5G (che molti studi scientifici raccomandano di introdurre evitando la sovraesposizione con i sistemi 3G e 4G attuali per l’elevato rischio della salute delle persone) tutti interconnessi e ovviamente “riconosciuti” attraverso i BIG DATA. Abitudini e gusti che cambieremo in funzione delle nuove promesse di benessere o bisogni che più che reali saranno indotti.

Ma questa dimensione di futuro è davvero la migliore possibile? Possiamo credere che le future generazioni vogliano davvero questo? Guardiamo ai disastri causati dall’inquinamento e immaginiamo di essere tutti catapultati a inizi ‘800 per decidere insieme sui carboni fossili per l’industria e il petrolio per il fabbisogno energetico. Dover soddisfare il crescente aumento demografico e i processi di urbanizzazione delle città all’epoca non fu una scelta ma logica conseguenza dello sviluppo sociale. Quale strada vorremmo percorrere se fossimo in grado di riprendere il percorso passato? Carbone e petrolio o canapa e fonti alternative? Rivaluteremmo Tesla e approfondiremmo le sue teorie su fonti di energia gratuita e illimitata o ci limiteremmo a chiedere ad Edison di non programmare la fine precoce delle lampadine? Tra 200 anni, se i futuri abitanti della terra fossero catapultati nel nostro presente, approverebbero il nostro modello di progresso? Metterebbero un like su Facebook?
Per dirla alla Ivan Illich, descolarizzare la società è compito assai arduo, ma disimparare liberebbe spazio a nuove idee e nuovi modelli di apprendimento. L’isolamento individuale oggi lo possiamo misurare con l’app del nostro Smartphone, più passiamo ore sul telefono, maggiore sarà il nostro tempo trascorso nelle relazioni da tastiera. Liberare parte di questo tempo, alzare la testa e guardare l’altro negli occhi, rivolgendogli la parola, oggi spaventa sette persone su dieci.

Come stiamo cambiando? Cosa stiamo facendo? Dove stiamo andando? Ma sopratutto, davvero ci serve tutto e in queste quantità e con questo dispendio di energie? Serge Latuoche ha posto il problema in termini politici e sostanziali, invitandoci a considerare un modello di decrescita felice. Dispiace assistere a corride politiche dove l’antagonismo verbale è lessicalmente privo di rispetto dell’altro. L’impoverimento delle persone, prima di passare al piano economico, germoglia su quello personale. La rinuncia a costruire con l’altro è lo specchio dell’attuale politica. Ogni schieramento politico ha il proprio modello da imporre e scende a compromessi unicamente in base ai numeri che sono necessari a determinare una maggioranza di Governo. Le grandi aziende non condividono le loro conoscenze solo perché il surplus produttivo le obbliga ad una concorrenza feroce. Abbondanza di merci, significa scarsità di condivisione. Durante le due guerre la scarsità di ogni bene e risorse portò alla formazione di comunità di operai, intellettuali, industrie, tutte volte a migliorare strade, case, scuole, arterie stradali e ferroviarie. Era un sistema Paese che cresceva. E si cresceva tutti insieme.
Oggi, l’abbondanza ci divide. Più ne abbiamo e meno desideriamo che qualcuno venga nel nostro orto a reclamare una fetta di benessere. E ci rende frustrati tanta abbondanza se il nostro potere di acquisto viene meno. Einstein si sbilanciò in una previsione nefasta: “la quarta guerra mondiale si combatterà con la clava”. E qui ritorniamo alla relatività. I linguaggi e i costumi del nostro tempo, fanno largo uso di clave. Gli stessi comportamenti di manager senza scrupoli o di politici poco avvezzi alla tolleranza, sembrano presagire che è solo l’inizio dell’era della clava. Per dare una dimensione al futuro non servono parole di pietra lanciate da cuori aridi. Occorrono semi in grado di generare nuove comunità proattive, capaci di agire prima che sia tardi.

L’impegno individuale al servizio di tutti

Se tornassimo indietro, incontreremmo i nostri padri e i nostri nonni, intenti a farlo ogni giorno. Loro con strumenti di conoscenza inferiori ai nostri, hanno cercato di dare una dimensione al futuro guardando al “benessere”. Oggi per noi è la sostenibilità la sfida quotidiana a cui dobbiamo rivolgere la nostra attenzione e azione. La foto del buco nero scattata da noi umani a distanze siderali è come un’immagine che riflette due mondi: quello esterno animato e vivo e quello oscuro che inghiotte ogni luce. La luce è spesso associata a qualcosa di divino, alla speranza. Ogni volta che ci prendiamo cura del nostro mondo e pensiamo insieme a come plasmarlo per renderlo sostenibile nel futuro, alimentiamo questa luce e allontaniamo da noi il buco nero che annulla ogni forma e dimensione.