L’etica ai tempi dello Smart Working

Posto di lavoro. È cosi che lo abbiamo chiamato nell’ultimo secolo. Ora, nel nuovo secolo che inizia nel 2021, questo termine dobbiamo pluralizzarlo. Lo Smart Working – dopo la pandemia da Sars-Covid19 – ha scalato velocemente la scala gerarchica delle organizzazioni del lavoro: da possibilità-opzione a parte integrante della settimana lavorativa del dipendente. Il blocco totale delle attività che ha coinvolto gli Stati europei e di tutto il mondo ha imposto un training forzato alla forza lavoro delle aziende di ogni settore e dimensione. Questa costrizione prolungata nel tempo – e con una contemporaneità nei luoghi – ha posto universalmente un tema e un’urgenza che hanno coinvolto l’intero sistema economico.

Il tema è il rapporto tra luogo di lavoro e produttività individuale. L’urgenza è dettata dalle circostanze che hanno obbligato l’intero sistema economico a evolversi per non implodere. Per gli HR delle grandi aziende la riorganizzazione del lavoro è passata da valutativa/produttiva a strategica/inclusiva. Se la gestione dell’urgenza ha implicato l’adozione di decisioni radicali e un ricorso forzato allo Smart Working, l’analisi dei risultati in termini di costi/benefici apre nuovi scenari nel rapporto tra azienda e personale alle dipendenze. La matassa è piuttosto complessa da sbrogliare perché la questione inevitabilmente si frammenta in istanze individuali. Il singolo lavoratore ha (come prima, anche se non era quasi per nulla considerato) una propria individuale organizzazione che somma vita privata e professionale. Lo Smart Working impone di considerare le storie personali di ogni singolo lavoratore per trovare, in modo armonico, una compatibilità con il team di colleghi e i tempi di produzione. L’isolamento ci impone di “fare gruppo”, un ossimoro che nel mondo del lavoro assume una valenza di straordinaria importanza sul piano etico. Socialità, progetti comuni, convivialità, incontri informali diventeranno presto per molte tipologie d’impiego temi di normale gestione. Gli stessi principi basati sul tempo e sulla presenza del lavoratore in azienda verranno soppiantati da un solo obiettivo: il risultato.

Tradizionalmente i dirigenti aziendali preferiscono il controllo diretto in presenza e faticano a immaginare una gestione “ibrida” del lavoratore (presenza + smart working). Al contrario, i responsabili finanziari ne scorgono l’indubbio vantaggio. Per esempio, in termini di risparmio su costi in metri quadri di uffici e relativi consumi energetici. Ma dietro l’angolo si annidano insidie che pongono questioni etiche fondanti nel rapporto azienda-dipendenti. Si potrebbe innescare, ad esempio, una concorrenza in determinati segmenti professionali tra chi ha necessità di guadagni maggiori perché residente in città con un costo della vita elevato e chi vive invece in luoghi con costi della vita inferiori. Inoltre, se il rapporto di lavoro viene svolto senza mai mettere piede in azienda, non si rischia di trasformare i lavoratori in fornitori di servizi? Sono solo due temi proposti al tavolo della discussione per far comprendere quanto oggi questo scenario sia “caldo” e quanto il Covid ne abbia accelerato le dinamiche.

La diseguaglianza sociale potrebbe essere ulteriormente alimentata da forme di Smart Working che non contemplano momenti di aggregazione per formazione in presenza, condivisione di esperienze sul campo, momenti di ritrovo informale per il team di lavoro. A un individuo a cui viene data la possibilità di “guadagnare” tempo va data anche l’opportunità di spenderlo in una direzione utile alla crescita delle sue qualità. Per questo le aziende non devono guardare solo ai benefici in termini di produttività e centri di costo e i lavoratori non devono limitarsi a calcolare il risparmio sui costi di viaggio per recarsi al lavoro. Entrambi hanno un compito più alto: dare al tempo un valore sociale. Se il tempo guadagnato sarà impiegato in attività che isolano ulteriormente le persone tra loro, è inevitabile l’estinzione dell’umano a favore di un futuro governato da algoritmi e robot, dove ognuno darà il suo contributo per consumare ciò che il sistema produce senza porsi più la domanda: “Ho amici?”.

Nel 2018 in Gran Bretagna un inglese su otto ha dichiarato di non avere amici sui quali poter contare. Il Governo ha creato una nuova istituzione, il Ministro della Solitudine: non per dare la sua amicizia su Facebook ma per arginare il problema dell’isolamento sociale. In Giappone un’anziana si è fatta beccare intenzionalmente mentre rubava in un centro commerciale al solo scopo di andare in galera per qualche giorno e stringere qualche rapporto, parlare con qualcuno.

La domanda posta sopra trova sempre meno risposte.

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