L’etica nel lavoro

“Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose”, cosi direbbe Wittgenstein e a far da sponda filosofica ci troveremmo Kant. 

Vorrei partire da questa affermazione filosofica per collegarmi al Lavoro e ai movimenti migratori. 

Leggendo la parte introduttiva del libro di Ricardo Atunes “Addio al lavoro? Le trasformazioni e la centralità del lavoro nella globalizzazione” (Edizioni Ca’Foscari) troviamo uno scritto di Pietro Basso dal titolo “Un cataclisma, e il suo lucido narratore

Secondo Pietro Basso, studioso di fenomeni migratori, oggi in Europa Occidentale vivono circa 30 milioni di immigrati, che arrivano a un totale di 50 milioni se si includono gli immigrati che hanno ottenuto la cittadinanza, quindi circa il 15% dell’intera popolazione dell’Europa dei Quindici. 

Di questo contingente, il 22% degli attuali immigrati proviene dall’Africa, 16% dall’Asia – di cui la metà dall’Estremo Oriente, principalmente dalla Cina, e l’altra metà dal subcontinente indiano – e il 15% viene dall’America Centrale e del Sud. Il restante, dal 45% al 47%, è composto da immigrati con cittadinanza di paesi dell’Europa dei Ventisette e da emigranti provenienti da paesi europei in senso lato (turchi, balcanici, ucraini, russi).

Il lavoratore immigrato trova, quindi, nelle industrie, nell’edilizia, nei supermercati, nelle imprese di distribuzione ortofrutticole, nell’agricoltura, negli hotel, nei ristoranti, negli ospedali, nelle imprese di pulizia, ecc., i suoi spazi principali di lavoro e percepisce salari sempre più ridotti. 

L’autore sottolinea che all’Ortomercato di Milano i lavoratori immigrati scaricano casse di frutta e verdura per una tariffa di 2,5 euro l’ora, equivalente al costo di un chilo di pane di pessima qualità. E nella zona rurale del Sud di Spagna e Italia, i salari sono ancora più bassi. 

Pietro Basso cita altri casi nel mondo che dovrebbero farci aprire gli occhi su quanto l’ingegneria del Capitale stia alimentando il precariato.

Per citarne uno ad esempio, in Giappone troviamo il cyber-rifugiato, lavoratore giovane della periferia di Tokyo, che non ha risorse per affittare una pensione, una stanza o un appartamento e per questo utilizza i cybercaffè durante l’alba, per riposare, dormire, usare Internet e cercare lavoro. Questi spazi cyber hanno prezzi bassi per i lavoratori poveri senza fissa dimora, affinché possano passare le loro notti oscillando tra l’uso di Internet, un breve riposo e la ricerca virtuale di nuovi lavori precari: per questo sono definiti cyber-rifugiati. 

Ricollegandomi a Wittgenstein credo che l’attuale momento storico che vive il lavoro e le sue trasformazioni legate anche ai fenomeni migratori, non solo di braccia ma anche di aziende che delocalizzano, sia attraversato da una “confusione concettuale nella quale gli individui – giocano ad un gioco con le regole di un altro -. 

Nelle “Confessioni” Agostino spiega “La regola” e il suo rapporto di apprendimento ed uso entro una forma di vita, nei suoi testi troviamo una lucida analisi sulle capacità referenziali del linguaggio. 

La nuova narrazione contemporanea ci propone linguaggi referenziali e termini come – Società liquida -, – Internet of Things – Tecnologia del futuro –

Forse é questa la “trappola” in cui siamo caduti? La trappola del linguaggio che seduce e ci conduce in una realtà che non é la verità. Dove per verità s’intende il bisogno reale dell’individuo. 

Il lavoro non deve essere una priorità per le persone, ma una regola che segue ogni forma di vita. La responsabilità sociale, termine del quale spesso si abusa, sta proprio nel prendersi cura del ruolo del lavoro nel sistema sociale e vitale sul nostro pianeta.

Le catastrofi climatiche in Belgio e Germania di luglio 2021, le proteste dei cubani per le condizioni di povertà e soffocamento delle libertà individuali, lo sfruttamento del lavoro che genera forme di profitto tossico, la crisi pandemica con le sue varianti, sono oggi forme descrittive della totalità dei fatti che accadono.  

Il rapporto tra persone e cose, gli accadimenti nel mondo, dipendono anche dalla qualità del lavoro. 

Una citazione di Ivan Illich può aiutare a comprenderne la portata: “Le persone hanno bisogno non solo di ottenere delle cose, ma anche della libertà di costruirsi le cose di cui hanno bisogno per vivere, di dargli forma a seconda dei propri gusti (…) Ho scelto il termine conviviale per designare l’opposto della produzione industriale. Intendo con questo tutte quelle relazioni creative e autonome che intercorrono tra gli individui e tra gli individui e il loro ambiente. Considero la convivialità come quella libertà individuale che si realizza nell’interdipendenza tra persone”. 

Una nuova etica del lavoro potrebbe quindi partire da una comprensione del linguaggio e trasformarsi in etica nel lavoro.

(16/07/2021 – Valter Carasso)

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