Per una critica della Corporate Social Responsibility

Ho qui sotto gli occhi un bell’opuscolo stampato su carta patinata opaca, grafica lussuosa e accattivanti colori sui toni del blu: ‘I nostri valori’.
Ero consulente presso un Banca, decollava il ‘Progetto valori’. Parlavo con alcuni colleghi consulenti di questo progetto nel quale dovevamo mettere in campo le nostre migliori competenze
metodologiche. Per portare alla luce ciò che dirigenti e dipendenti, fornitori e clienti, partner e soci e finanziatori considerano ‘valori’, è necessario un approccio etnografico, lo stesso approccio che permette di comprendere culture lontane dalla nostra. Per scoprire ciò che fa questa organizzazione diversa da ogni altra, serve rispetto, attenzione. Il metodo di indagine dovrà essere pensato in funzione della situazione, delle caratteristiche uniche e irripetibili della nostra Banca. La risposta dei miei colleghi mi gelò. ‘Non fare l’ingenuo. Abbiamo già fatto la Carta dei Valori di
altre Banche e altre Compagnie di Assicurazioni, no? Partiamo da lì’. Così facemmo. Ed ecco questi libretti, distribuiti capillarmente a dipendenti e clienti e investitori.
Inutili. Anzi dannosi. Ognuno –dirigenti e dipendenti e investitori e clienti– perde fiducia nel fatto che si voglia davvero mostrare l’impresa per com’è, con i suoi punti di forza e l’impegno a migliorare i punti di debolezza.
Carte dei Valori identiche e intercambiabili. Onestà ed etica nella gestione degli affari. Attenzione nell’ uso delle risorse naturali e rispetto dell’ambiente. Parità di opportunità per uomini e donne in tutti i settori. Nuovo modello gestionale d’impresa basato sul lavoro di team. E poi: Primato e centralità della persona; Centralità del cliente; Innovazione. E ancora: Il Mercato è un valore;
L’Imprenditorialità è un valore.
Alzi la mano chi non è d’accordo. Infatti abbiamo citato da fonti diversissime: l’EBBF, European Baha’;iBusiness Forum così come la Confindustria; le Banche del Credito Cooperativo così come
multinazionali produttrici di beni di largo consumo.
La stesura, la concreta condivisone di una Carta dei Valori dovrebbero, potrebbero essere il primo passo nel percorso verso la definizione di un ‘atteggiamento etico’. Tutti concordi, naturalmente, nell’affermare l’importanza della responsabilità dell’impresa – per usare le solite formule inglesi: Corporate Social Responsability, CSR.
La CSR si fonda sulla cautela, sull’autolimitazione, sulla consapevolezza che i sistemi sono complessi e fragili, e che solo rispettando l’ambiente e gli altri soggetti perseguo veramente il mio
interesse. L’autonomia nel definire e perseguire i propri fini istituzionali non viene meno – questa autonomia va però integrata con ‘regole di condotta’ che nessuno dall’esterno potrà imporci, e che pure risultano necessarie per contribuire all’equilibrio complessivo.
Ma non ci sono scorciatoie: se non si parte dalla consapevole assunzione di un impegno, si resterà sul piano di affermazioni di principio che non servono a nessuno. Perciò è fortemente criticabile la pretesa di diffondere la Corporate Social Responsability definendola “veicolo efficace per un buon accreditamento reputazionale dell’azienda presso gli stakeholder”. Così scrive Francesco Maggio sul Sole (17 novembre 2003) presentando una ricerca sul tema condotta da Istud, che analizza le pratiche di Corporate Social Responsability di trenta multinazionali. L’“accreditamento reputazionale”, al di là della brutta espressione, vuol dire pura argomentazione comunicativa. Si tratta dunque di creare una bella storia, buona per una pagina pubblicitaria. Cambiare realmente qualcosa nelle prassi per contribuire a un equilibrio del sistema è un altro paio di maniche. Che fare allora. Forse, di fronte all’accusa di ingenuità, la soluzione sta nell’essere ancora più ingenui. Così con qualche amico ingenuo ho fondato una associazione (www.assoetica.it). Qualche risultato l’abbiamo ottenuto.
Oltre a questo, se i valori sono ridotti a parola, accettiamo il gioco. Guardiamo dietro le parole. Cambiamo schema. Propongo a consulenti e nuovi profeti della CSR di rileggere il Convivio di Dante. Lì (nel Trattato IV) il poeta si interroga sul significato del ‘valore’. Allora una parola nuova, necessaria perché la parola di uso comune, ‘virtù’, portava con sé due limiti.
Il primo: nel latino classico virtus aveva il senso di condotta morale. Un concetto elevato, che fa riferimento alle categorie del bene e del male, e che però resta astratto. I valori stanno invece con i piedi per terra: fanno riferimento a come l’uomo si comporta, dice Dante, “in sua operazione”
Il secondo è la connotazione maschilista. Virtus, scriveva Cicerone, “è così chiamata da vir, dacché propria dell’uomo è sopratutto la forza, la cui massima funzione è il disprezzo della morte e del dolore”. Questo aggressivo ‘sprezzo del pericolo’ è un valore utile, ma insufficiente. Ne esistono di più ‘femminili’: trasparenza, orientamento alla cooperazione.
Rifletta ogni azienda, ed ogni persona, su quali sono i suoi.
Francesco Varanini