Sostenibilità digitale. Ovvero il diritto a non essere digitali

Sostenibilità digitale: un concetto ambiguo. Ne parlo in un articolo uscito il 23 febbraio 2022 su Agenda Digitale con il titolo: ‘L’altra sostenibilità è il diritto di non essere digitali: come garantirla ai posteri’.

Nella conclusione dell’articolo propongo un decalogo che, credo, ognuno di noi dovrebbe sottoscrivere.

  • Un primo modo di guardare ad una vera sostenibilità digitale, è applicare all’industria digitale gli stessi criteri applicati alle altre industrie. Non danneggiare l’ambiente attraverso l’eccessivo consumo di energia e attraverso l’uso di materie prime non rinnovabili: è un obiettivo universalmente accettato, ma che stranamente ci si impegna ad applicare ad ogni altro settore più che al settore digitale.
  • Non considerare la connessione per via digitale come condizione inevitabile. Si sostiene che già oggi, ormai inevitabilmente, senza rimedio e senza possibilità di alternativa, viviamo nell’onlife, in un’infosfera, eternamente connessi. Dovremmo invece garantire a noi stessi ed ai nostri posteri il diritto alla disconnessione.
  • Non imporre mondi già costruiti. Mentre il mondo fisico è co-costruito dagli esseri umani che vi vivono, i mondi digitali sono offerti, o imposti, come già totalmente costruiti. Mondi alla cui progettazione non abbiamo minimamente partecipato ci vengono imposti come luoghi da abitare. Garantiamo ad ogni essere umano la possibilità di costruire e di modificare l’ambiente nel quale si trova a vivere.
  • Lasciare la possibilità di scegliere quali servizi digitali usare e quali non usare. La vita sembra ridursi all’uso di servizi offerti per via digitale. Ma il punto più grave è che i servizi non sono solo offerti, ma imposti, per via di consigli di ‘intelligenze artificiali’, per via di notifiche sottilmente invitanti, per via di contratti e anche di norme di legge. Lasciamo la libertà di formulare di volta in volta scelte consapevoli.
  • Non obbligare a compiere azioni predeterminate. La libertà è spazio per sperimentare, tentare, sbagliare. Anche il violare le leggi rientra tra le libertà di cui l’essere umano dispone. Evitiamo che macchine digitali -magari con la giustificazione del ‘nostro bene’, o dell’abbassamento della soglia del rischio- impongano limitazioni al nostro spazio d’azione.
  • Non considerare l’essere umano attraverso il suodigital twin’. Tramite sensori e sistemi di rilevazione di vario tipo si raccolgono dati su ogni essere umano e poi gli si dice: tu sei chi appare attraverso questi dati; tu sei il tuo gemello digitale. Eppure l’essere umano è sempre qualcosa di più, di differente, da ciò che i dati più completi e precisi possano attestare. Lasciamogli questa libertà.
  • Non imporre la rinuncia al corpo. L’essere umano non si riduce alla sua mente. La mente è incarnata, inconcepibile senza corpo. Abbiamo il diritto di non veder reso inutile il nostro corpo da protesi e strumenti digitali.
  • Non imporre la rinuncia al lavoro. Il ‘lavoro umano’ non può essere ridotto a fatica e pena dalle quali conviene liberarsi. Il lavoro umano è sempre anche costruzione di sé stessi e del mondo. Guardando al ‘lavoro umano’ nella sua pienezza, gli aspetti materiali e immateriali sono inscindibili. Così come è inscindibile il pensare dall’agire.  Dovremo evitare l’automazione e la robotica che tolgono senso e spazio al lavoro umano.
  • Non provocare deskilling. La presenza di costrutti digitali autonomi imposti all’essere umano lo dequalificano, l’impoveriscono e l’impigriscono. Condizionando lo stesso futuro evolutivo della specie. Anche in presenza di macchine in grado di garantire di sostituire l’essere umano garantendo magari performance più alte, garantiamo alle generazioni umane future la possibilità di conoscere, di apprendere, di migliorare sé stessi.
  • Infine: garantiamo ai nostri posteri la possibilità di vivere senza strumenti digitali. La libertà, se lo vorranno, di non essere digitali.

Nell’articolo, arrivo alle suddette conclusioni attraverso questo percorso:

La prima cosa che colpisce è il costante, prevalente riferimento alla sostenibilità ambientale. Solo in questo consiste la sostenibilità? No di certo. Ricordiamo l’originaria definizione di sostenibilità, contenuta in un documento dell’ONU del 1987: “E’ sostenibile lo “sviluppo che soddisfa i bisogni della generazione attuale senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri”.

Si affaccia il dubbio che non esista nessuna volontà di mettere in discussione l’innovazione tecnologica così come gli specialisti hanno autonomamente scelto di indirizzarla e governarla. Né sembra esistere una volontà politica a mutare modelli di sviluppo. Ci si limita ad aggiungere l’aggettivo sostenibile, il cui significato resta vago.

Accade poi che la sostenibilità sia misurata tramite indicatori, inevitabilmente arbitrari. Sono arbitrari gli Sustainable Development Goals, SDGs, indicati dall’ONU nel 2015. E ancora più arbitrari sono gli indicatori Environmental, Social, and Corporate Governance, ESG, che ogni azienda del pianeta è chiamata a seguire. Dietro gli indicatori ESG si nasconde purtroppo la pressione che le istituzioni finanziarie esercitano su investimenti e strategie di ogni azienda.

E siccome si dà per scontato che ogni azienda abbia in corso un processo di Digital Transformation, ecco “The opportunity: bridging digital and environmental goals”.La pressione esercitata su ogni azienda tramite gli indicatori ESG è una faccia della medaglia. L’altra faccia della medaglia è l’imposizione di quell’adeguamento a standard universali che passa sotto il nome di Digital Transformation.

Si perde così di vista l’originario senso della sostenibilità: un impegno di ogni cittadino del pianeta, e quindi di ogni azienda, nei confronti delle generazioni future. Aspetto chiave del nostro  impegno verso le generazioni future è il lasciare loro libertà. Libertà anche rispetto all’invasione del digitale nelle nostre vite.

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