Incontro con François Jullien

di Rosa Candreva

L’insapore e il bisogno di amore

Vi racconto di questo mio incontro con Jullien. Incontro avvenuto a palazzo Mellerio, sede centrale della R.A.S., nell’ambito dei miei studi come Ethic Officer. Ci siamo trovati ad incontrare questo signore, peraltro carino assai, che per prima cosa ci ha rivolto le sue scuse perché non avrebbe parlato italiano, ha continuato spiegandoci il perché dei suoi studi sulla Cina, nascono dal bisogno di confrontarsi con una cultura altra. Sono arrivata a confrontarmi con lui dopo aver letto alcuni dei suoi libri, che molto avevano irritato la mia cultura capitalista.

Uno: Elogio del Insapore‘Ma come? L’insapore!’, concetto inconcepibile, perdonatemi l’accusativo alla greca, non conosco un accusativo alla cinese. Testo che ho trovato molto succulento anche dal punto di vista della ricchezza dei documenti. Basto sul fatto che la ricerca del insapore fosse un preciso movimento culturale. Alla base di questo lereligioni cinesi e i loro pensatori, non ultimo Lauzoi.

Nel insapore, è lì che sono possibili tutti i sapori. Stiamo scherzando?, ma, se tutta l’economia dell’occidente si basa sulla sfrenata ricerca di nuovi sapori, nuovo abbigliamento, nuivi profumi, se molto costosi meglio, nuovo amante?, se molto dotato meglio. Invece, belle le poesie, belli i quadri del insapore. I cinesi arrivano a dire che tramite l’insapore riusciamo ad emanciparci dal bisogno d’amore. Mi fermo di fronte ad un’affermazione così forte.

Il caso e le cose

Altro notevolissimo testo del nostro autore è il Trattato dell’Efficacia.

Inizia parlando di noi, noi come elemento della sua cultura di appartenenza. Trattandosi di noi non si può che partire dal mondo greco.

Dice: costruiamo una forma ideale (eidos) che poniamo come scopo (telos) e, agiamo in seguito per costruirla nei fatti.

Tutto ciò andrà da se scopo, ideale e volontà, gli occhi fissi sul modello che abbiamo concepito che proiettiamo sul mondo e, di cui elaboriamo un piano di esecuzione, scegliamo di intervenire e di dar forma alla realtà, e quanto più nella nostra azione sappiamo restare prossimi al modello, tanto più avremo la possibilità di riuscirvi.

Indubbiamente tutto ciò descrive in maniera irrefutabile la nostra culturala nostra idea di intervento sul mondo.

Continua Jullien, dicendo che il pensiero stesso del modello si è offerto come modello. Per Jullien, l’accoppiamento di teoria e pratica di cui non ci accorgiamo più di contemplare la fondatezzaè una caratteristica dell’occidente moderno:

ognuno in coscienza suae qualunque sia il suo ruolo, il rivoluzionario traccia il modello della città da costruire , il militare il piano della guerra da condurre,l’economista la curva della crescita da realizzare.

Il demiurgo platonico non potrebbe far altro che ‘fissare’ sempre lo sguardo sul modello per erigerlo a paradigma. E’ stato facile, scorgere, in questo potere delle idee il resto di una concezione mitica. Mettendo così in rapporto il visibile con l’invisibile, accordando alle forme che stanno al di la dell’esperienza, erette ad archetipo, la virtù di informare il sensibile, il platonismo resterebbe tributario di una sensibilità primitiva, per questo tramite essa la sua concezione dell’efficacia su vecchi fondamenti religiosi da cui l’attività filosofica ha costantemente in seguito cercato di separarsi. Secondo Aristotele, la materia del mondo non può essere un semplice ricettacolo che il demiurgo forgia a suo piacere, la materia diventa il giusto mezzo immanente delle cosein quanto tale ma, è sempre mirando all’ideale obbligandolo alla medietà, che dobbiamo pensare l’azione. Anche se è relativo tanto alle circostanze quanto agli individui, il giusto e mezzo ideale è sempre l’oggetto in vista di cui si agisce (skopos) e, la sua perfezione si instaura a norma che dobbiamo poi rincorrere nei fatti.

La piega ormai è presa, si impone a noi ormai questo accoppiamento –teoria-pratica– di cui non ci sogniamo nemmeno più di contestare la fondatezza. Sono tutti schemi proiettati sul reale e, segnati da idealità, che in seguito bisognerà pure fare entrare nei fatti. Ora, questa modelizzazione, il cui principio è la scienza, noi siamo tentati di estenderla a tutto, sappiamo bene infatti che la scienza (europea, classica) non è altro che una vasta impresa di modellizzazione, di cui la tecnica in quanto applicazione pratica è venuta a attestarne l’efficacia.

Invece, per il pensiero cinese ogni reale si presenta come un processo, regolato e continuo, derivante dalla sola interazione dei fattori in gioco.L’ordine non verrebbe dunque da un modello su cui si possa fissare lo sguardo e che si applichi alle cose ma, è interamente tenuto nel corso del reale, che esso conduce in modo immanente e di cui assicura la variabilità. Il saggio cinese non ha concepito una attività contemplativa (theorein), che abbia il suo fine in se stessa, ovvero sia il fine supremo. Il mondo non è per lui un oggetto di speculazione, non c’è da un lato la conoscenza e dall’altro l’azione. In tal modo il pensiero cinese misconosce logicamente il rapporto teoria pratica lo misconosce non per ignoranza, o perché sia rimasto nell’infanzia, semplicemente vi è passato di lato.

Piuttosto che erigere un modello che gli serva di norma all’azione , il saggio cinese è portato a concentrare l’attenzione sul caso e sulle cose nel quale si trova coinvolto, per coglierne la coerenza e trarre profitto dalla loro evoluzione.

L’efficacia rimanda a due logiche concorrenti, accanto al rapporto tra mezzi e fini, il più familiare per noi, il rapporto di condizione conseguenza è quello che i cinesi hanno privilegiato. Dato che la strategia consiste nel far evolvere la situazione in modo tale che, lasciandosi portare da essa, dal suo potenziale accumulato risulti naturalmente l’effetto, non c’è più bisogno di optare né di affaticarsi per conseguire il fine. Si entra in una logica di processo, da un lato il sistema casuale è complesso, dalle combinazioni infinite, dall’altro il processo è chiuso e il risultato e implicato dal suo svolgimento. Nell’epoca classica, i trattati greci di strategia raccomandavano sempre come risorsa ultima di fare appello alla divinità. Rispetto al buco non colmato, nell’ambito della teoria occidentale, sull’argomento dell’indeterminazione e del caso gli antichi trattati cinesi appaiono sorprendenti per la loro posizione decisa. Per colui che sa far leva sul potenziale della situazione la vittoria in combattimento non devia. ‘Così le truppe vittoriose cominciano col vincere e cercano in seguito di attaccare battaglia, mentre le truppe vinte cominciano col attaccare battaglia e cercano in seguito di vincere. Come ogni altro processo il corpo della guerra dipende solo dai fattori se conosco a sufficienza il rapporto di forze fra il mio avversario e me, potrei accettare solo se sono sicuro che il potenziale gioca totalmente a mio favore. La guerra di conseguenza non presenta niente di strano e di incerto. Essa è ricondotta alla logica di un processo che evolvendo dalla sola interazione dei poli diventa perfettamente coerente. ‘Se vi è sconfitta, non può trattarsi in alcun caso di una ‘calamità celeste’ ma, è sempre colpa del generale. Così, come, piuttosto che distruggere le forze è meglio farle pendere dalla mia parte. Penetrando profondamente nel suo territorio, separandolo dalle sue basi, interrompendo le sue relazioni, lo si costringe a cedere, si sottomette da se e, nel tempo stesso in cui prendo il paese nemico intanto, conservo tutte le mie truppe’, l’economia è massima, è questo un vero e proprio paradosso. E’questo sia detto senza equivoco, non è per bontà d’animo che si evita di massacrare il nemico ma, per puro scrupolo di efficacia.

L’efficacia dell’azione è diretta (da mezzo a fine), ma è costosa e rischiosa, quella della trasformazione è indiretta (da condizione a conseguenza), ma essa si rende progressivamente inarrestabile.

Il mito occidentale dell’azione

A questo punto è bene tornare sul mito occidentale dell’azione. Tanto più che l’azione è appunto l’oggetto proprio del mythos, concepito precisamente come racconto d’azione, con il quale la civiltà europea ha avuto inizio.

Ripercorriamo , queste immagini che sono tra le prime nella storia della nostra ragione. Che siano quelle della tradizione ebraico-cristiana e del Timoteo, Dio fa esistere il mondo in virtù di un atto creatore, e ciò che è proprio anche dell’eroe è imprimere la sua azione sul mondo affrontandolo: con l’epopea, la letteratura ha avuto inizio dal racconto di gesta memorabili, magnificate come grandezze, poi la tragedia le ha messe in scena.

Per i cinesi, in cima è l’opera più antica l’Yking , costruito a partire dall’opposizione fra due tipi di linee, intera e spezzata, che rappresentano i due poli di ogni processo, rende conto della realtà nell’ottica di una continua trasformazione, le figure si converto le une nelle altre per semplice permutazione di linea , all’interno di due dei diagrammi, ed il saggio impara dalla loro consultazione ad apprezzare il campo delle forze che sono in gioco e costituiscono il potenziale della situazione. Non per formare un oggetto di contemplazione, ma per rendere la sua condotta continuamente in fase con l’evoluzione delle cose. L’efficacia in cima come verificheremo continuamente, è un’efficacia per adattamento. L’azione per il solo fatto che interviene nel corso delle cose, è sempre in rapporto di ingerenza nei loro confronti, la sua iniziativa ne fa un’intrusa, dato che essa proviene dal di fuori, non può venir meno ad una certa esteriorità nei confronti del mondo e dunque non può mai risultare pienamente in linea con esso. Non è che la contropartita della sua scarsa presa sul realtà in quanto essa ha ad un tempo qualcosa di anti e di superficiale. Un semplice epifenomeno, che si distacca momentaneamente come una scia di schiuma dal fondo silenzioso delle cose.

Fin dalla fine del V secolo , in Grecia, la fiducia della padronanza dell’occasione si vede minacciata: invadela scena il caso, quello che Tucidide non aveva potuto eliminare, e l’incontro dell’occasione ne è il dono. Aristotele ne prende atto, visto che rapporta l’occasione alla contingenza.

Due logiche sioppongono, da una parte quella dell’attivismo, la logica di un dispendio e di un accumulo senza fine nei termini del sempre di più secondo la quale non si smette di imparare dio più e di voler andare più lontano. Colui che espande il suo agire mettendo in esecuzione, e costretto ad attaccarsi qui e dunque a staccarsi là. Ogni agire è costretto a bloccare momentaneamente il reale, mentre tutto ci mostra che questo è in evoluzione continua, mentre, contrario all’agire sarà dunque sposarne il corso e conformarsi conviene sempre accompagnare il reale perché possa evolvere a nostro piacimento il nostro contemporaneamente al suo, coloro che vogliono appropriarsi dell’impero con l’azione non hanno capito che il mondo umano non è come un verso che si possa tenere tra le mani: è fatto di visibile e di invisibile insieme, in esso tutto appare e scompare di volta in volta, mentre è fermo in una parola ‘non può essere un oggetto d’agire’,. La sua strumentalità che però non è codificabile, ed è per questo che bisogna continuamente conformarsi per servirsene, ci si trattiene dall’agire per lasciar accadere, perché il mondo <da se> possa trasformarsi, la trasformazione implicata si sostituisce all’azione diretta. Da se significa che lo sviluppo è contenuto nello stato e/o risente delle cose, che <‘va da se’> chesia <così> che è naturale, tuttavia il sia implicato non significa che questo processo si realizzi, restano da fornirgli le condizioni dello svolgimento: Vi è una formula che, partendo da questo, reperisce l’agire senza agire <sostiene il corso naturale dei diecimila esseri> conviene cioè assistere quello che accade naturalmente.

Il buon principe e colui che sopprimendo i vincoli e le esclusioni, permette ad ogni esistente di espandersi a suo modo.

La strategia cinese si disinteressa della gloria e diffida dell’eroismo. Inattesa come incontro, l’occasione eleva il soggetto al di sopra di se, lo tende al di là dei limiti attesi fino al sublime fa anche uscire il tempo fuori di se lo rende immediato, si apre una speranza inaspettata, si apre la possibilità di sfiorare il fuori nasce la vertigine creandol’opportunitàdi un’effrazione è anche occasione di libertà, affranca i possibili.

Come è concepita in Europa , l’occasione fa nascere il piacere del rischio, della sorpresa, dell’ignoto. Piacere della ventura, una parola da cui è tratto anche il piacere del racconto. In occidente dato che si collega l’efficacia all’azione, ci siamo trovati inclini ad interpretare ad interpretare il non agire come il semplice del nostro agire eroico, volgendolo dunque nel senso della rinuncia e della passività, Ora ben lungi dal predicare il disinteresse per gli affari umani, dall’imitare il distacco per non agire ma, una massima cinese ci insegna come condursi in esso per riuscire:

< non fare niente ma che niente non sia fatto> < non fare niente in modo che (al punto che) niente non sia fatto>.

Jullien ha concluso il suo intervento dicendo: Ve lo immaginate un nostro politico non prendere posizione?’.

No, non sappiamo immaginarcelo. Poi io, molto astutamente, nella pausa caffè, gli ho rivolto la domanda più stupida: ‘Lei si sente più occidentale o più orientale?’. Ho capito molto tempo dopo che la domanda era veramente stupida.

Probabilmente lui questa domanda non se l’è mai posta, restando a studiare oriente e occidente nella speranza che da questo possa nascere qualcosa di realmente nuovo.


Vedi: www.assoetica.it

François Jullien, Elogio dell’insapore. A partire dal pensiero e dall’estetica cinese, Cortina, 1999.

François Jullien, Trattato dell’efficacia, Einaudi, 1998.