Non ammantatevi di piume di e corazze. Fidatevi dei vostri collaboratori.

Di Francesco Varanini

Ho partecipato nei giorni ad una lezione offerta da Piero Trupia nel quadro di un percorso formativo promosso da Assoetica, associazione alla quale dedico parte del mio tempo. Piero, che è autore anche di una rubrica sulla nostra rivista, rispondendo ad una domanda, è venuto fuori con un pensiero che forse nemmeno lui ora ricorda: “se uno è sicuro, è semplice; se è insicuro si ammanta di piume e di corazze”.

La frase di Piero mi ricorda quelle parole di Don Milani, quando -mi pare riferendosi in particolare al suo vescovo- diceva che che le gerarchie ecclesiastiche si nascondono dietro un muro ‘di carta e di incenso’: riti e consuetudini che affermano la distanza, procedure, vincoli, controlli. Mi pare che questo pensiero riguardi ognuno di noi, quando ricopriamo un qualsiasi ruolo dotato di potere. Ognuno di noi, quando esercita il ruolo del capo, quando copre il ruolo di dirigente, gode di possibilità che costituiscono una sfida alla sua etica personale, e che si manifestano come continua tentazione. Il capo può nascondersi dietro i simboli di status; può occultare le proprie debolezze; può evitare di confrontarsi con i problemi che ritiene troppo difficili. E può impostare unilateralmente le relazioni con le persone con le quali lavora. Voglio soffermarmi in special modo su questo ultimo punto.

Nel farlo, credo di dover prima sgombrare il campo da una distinzione spesso usata, ma in realtà irrilevante. L’imprenditore, il ‘padrone’, dal punto di vista del ragionamento che vi propongo, non è in una posizione diversa dal manager o dal capo intermedio. L’imprenditore -quando è un buon imprenditore- propone una visione, garantisce un indirizzo, rischia il proprio denaro. Per tutto questo merita giusto compenso. Ma non c’è impresa senza azienda. l’impresa non esiste se attorno all’idea imprenditoriale non si traduce in organizzazione, se, quindi, non sono coinvolti altri soggetti sociali, ognuno portatore del proprio indispensabile contributo, ed ognuno meritevole di giusto compenso.

L’azienda, l’impresa, gli affari prosperano se consideriamo le persone che lavorano con noi non come ‘dipendenti’, ma come ‘collaboratori’. Non solo a parole, ma nei fatti. La stessa visione, e lo stesso investimento dell’imprenditore acquistano senso solo se si nutrono del contributo di coloro che lavorano con noi.

E’ ovvio dire che conviene all’imprenditore, ed a ogni capo, circondarsi delle persone più capaci, capaci non solo di garantire forza lavoro, ma idee, visioni, passioni. E’ anche ovvio dire che è nell’interesse dell’imprenditore, e di ogni capo, portare alla luce e valorizzare le capacità, i talenti nascosti di ogni collaboratore.

Perché troppo spesso questo non accade? Perché troppo spesso i talenti restano invisibili e inespressi, i collaboratori sono demotivati e il rendimento della complessiva macchina organizzativa resta così scarso? Perché troppo spesso le imprese non sprigionano e non realizzano la ricchezza di cui sono dotate?

Lungi da me attribuire ad un’unica causa l’inefficacia e lo scarso rendimento di tante imprese. Ma una delle cause sta sicuramente nella situazione ricordata da Piero: imprenditori e manager e capi finiscono per deprimere i loro collaboratori, e fanno perdere valore alla propria impresa, perché ‘si ammantano di piume e di corazze’. Potendoselo permettere, imprenditori e manager e capi usano il potere di cui dispongono per imporre regole tali da garantire loro il quieto vivere. Intendo dire: si rinuncia a ricchezza potenziale sull’altare del controllo.

Imprenditori, manager, capi, dovremmo guardarci in faccia e ammettere che, in virtù del potere di cui disponiamo, evitiamo ciò che alla luce del nostro carattere e della nostra personale formazione ci risulta fastidioso o difficile da fare. Anche se questo evitare va a danno dell’impresa e dell’azienda.

Tra i nostri collaboratori c’è molto spesso qualcuno che, quelle cose che a noi risultano difficili od ostiche, le sa fare molto meglio di noi. Tra i nostri collaboratori c’è sicuramente qualcuno più bravo di noi. Più bravo, magari, anche a fare ciò in cui ci riteniamo particolarmente bravi. Ma concedere a questi collaboratori spazio, e il relativo ruolo, e il relativo status, appare spesso troppo pericoloso. Il timore di perdere il controllo della situazione è un freno potente. L’imprenditore, il manager, il capo, finiscono così per usare il potere come veto e come freno, finiscono per usare il potere contro se stessi, e contro i propri interessi.

Ecco quindi che ad ogni imprenditore, ogni manager, ogni capo gioverebbe una tranquilla sicurezza in se stesso. Cosa lontanissima dall’arroganza del potere. Non avrebbe più bisogno allora di piume e di corazze. Potrebbe facilmente allora sostituire al controllo la fiducia, potrebbe lasciar spazio senza timori ai più capaci.

La comune formazione manageriale di solito insegna ad ammantarsi di piume e di corazze. Ma c’è anche chi -formatori, consulenti, coach- accompagna costruttivamente i manager in questo ‘lavoro su di sé’. E comunque imprenditori, manager, capi, persone adulte, possono ben intraprendere questo cammino anche da soli.

Questo testo appare come Editoriale sul numero luglio-agosto 2014 di Persone & Conoscenze.