Referendum sulla Giustizia, parliamone eticamente (seconda parte)

Nella prima parte che potete leggere a questo link https://assoetica.it/referendum-sulla-giustizia-parliamone-eticamente/ abbiamo raccolto l’autorevole parere dell’avvocato Enrico Grosso, professore di Diritto Costituzionale al dipartimento di Giurisprudenza presso il Campus Luigi Einaudi di Torino, che ci ha rilasciato un’intervista ricca di spunti e riflessioni.

In questa seconda parte vi proponiamo un ulteriore punto di osservazione. Grazie alla disponibilità del Presidente della Camera Penale Vittorio Chiusano del Piemonte Occidentale e Valle d’Aosta, Avvocato Alberto de Sanctis, abbiamo l’opportunità di porre nuove domande e ricevere ulteriori chiarimenti in merito alla complessità della materia oggetto dei referendum.

Avvocato de Sanctis, sono lieto che lei mi abbia concesso questa intervista. Chi meglio di lei può offrirci una prospettiva “laica” e una lettura critica rispetto ad alcuni punti sollevati nei quesiti referendari e analizzati con il Prof. Avv. Enrico Grosso.

All’inaugurazione dell’anno giudiziario del 2020 lei scelse poche parole, tutte indirizzate al “silenzio di un giudice senza nome che…”  fu un messaggio netto e di forte richiamo etico e morale verso la magistratura. Un invito, il suo, “a non ridurre la preziosa e delicata funzione del giudice ad una dimensione quantitativa e statistica”. Il 12 giugno con i referendum sulla Giustizia si passerà dal silenzio al voto. Quanto fa rumore questo referendum nei corridoi degli addetti ai lavori, magistrati e avvocati per intenderci. 

Se riteniamo che i principi del Giusto Processo, previsti dall’art. 111 della Costituzione, debbano essere effettivamente applicati dobbiamo avere un obiettivo ineludibile: difendere la terzietà, l’indipendenza, l’imparzialità del Giudice. 

Nella mia attività di avvocato ho incontrato tanti giudici indipendenti ed imparziali ma la loro Terzietà non può essere affidata ad una attitudine personale e caratteriale. Deve essere garantita dall’ordinamento giudiziario.

Oggi le carriere sono uniche, l’accesso tramite concorso è unico, gli organi di governo sono unici (CSM e Consigli Giudiziari), il procedimento disciplinare è unico, il sistema di nomine e trasferimenti è unico. La potenziale interferenza del pubblico ministero sulla carriera del giudice è inevitabile perché è nelle regole che disciplinano le loro carriere.

Il referendum, da questo punto di vista, non cambierebbe nulla ma andrebbe a rafforzare la separazione dei ruoli di pubblico ministero e giudice.

Lei ha letto l’intervista al Prof. Avv. Grosso. Quali sono i punti “caldi” su cui vuole offrici una sua visione oggettiva?

Il principale argomento contrario alla separazione delle funzione, così come delle carriere, risiede nella c.d. “cultura della giurisdizione” che si può sintetizzare in un doppio sillogismo: un buon giudice è colui che prima ha fatto il pubblico ministero ed un buon pubblico ministero è colui che prima ha fatto il giudice.

A parte il fatto che il primo di questi due sillogismi suscita già qualche inquietante perplessità senza dover argomentare oltre il dato superficiale. Non so chi vorrebbe essere giudicato da un magistrato che ha svolto per molto tempo il ruolo di pubblico ministero ed oggi è giudice.

Il vero limite della cultura della giurisdizione, però, è quello di pensare che per svolgere correttamente un ruolo bisogna averne ricoperto un altro. Si potrebbe applicare questa regola in tutti i campi dell’esperienza umana: per essere dei buoni medici bisogna essere stati pazienti, per essere dei buoni ristoratori bisogna essere stati clienti, per essere dei buoni funzionari di un ufficio tecnico comunale bisogna essere stati architetti, per essere dei buoni padri bisogna essere stati dei buoni figli

La cultura della giurisdizione rischia di diventare un falso mito, con un sapore ecumenico e falsamente universale, e andrebbe sostituita definitivamente dalla cultura dell’identità del ruolo e della separazione dei poteri, più rispondente ai principi generali propri di uno Stato di diritto.

Provo a declinare questo pensiero nella concretezza del processo penale.

L’avvocato non ha bisogna di aver fatto il giudice per capire quello che il giudice potrebbe decidere in relazione alla tesi difensiva che intende sostenere. Il difensore, così come il pubblico ministero in prospettiva opposta, ragiona sempre e comunque con spirito di immedesimazione. Si immedesima nel pubblico ministero e si immedesima nel giudice. Direi che da un punto di vista dell’approccio mentale l’immedesimazione nella parte avversaria e nel giudice è la  componente fondamentale di tutti gli attori del processo.

Il pubblico ministero non ha bisogno di aver fatto il giudice per comprendere che se chiede il rinvio a giudizio per un imputato con una prova controversa ed inconsistente facilmente il giudice lo assolverà. E’ la sua esperienza di pubblico ministero che gli consente di selezionare le notizie di reato da sottoporre al vaglio dibattimentale.

Quello che dovrebbe essere comune, semmai, è la cultura giuridica ed i valori propri del processo penale: la parità delle parti davanti ad un giudice terzo, il diritto alla prova, la presunzione di non colpevolezza. Questo territorio comune esiste e deve certamente essere sviluppato. Ha la sua fonte principale risiede nei principi costituzionali ed ha i suoi “spazi vitali”: l’università, l’approfondimento scientifico, la formazione ed ovviamente il processo penale.

La cultura della giurisdizione, invece, pretende di unire tutte le componenti del processo penale, anche l’avvocatura, in una dimensione a suo modo “totalitaria” perché nega o comunque riduce la rilevanza dell’identità del ruolo e della funzione (pubblico ministero, giudice e avvocato libero professionista che assiste una parte privata) e predilige una concezione sistematica in cui tutti devono contribuire al funzionamento della Giustizia con ruoli, almeno in parte (giudici e pubblici ministeri), intercambiabili.

Occorre, invece, tornare ad una cultura dell’identità del ruolo che non solo non è incompatibile con il dialogo ma anzi lo nobilita perché rafforza la funzione che il singolo svolge quando si siede al “tavolo” o – in ambito strettamente processuale – esercita le funzioni proprie di pubblico ministero, difensore, giudice.

In questo equilibrio dei ruoli, il più delicato è quello del giudice che si deve innalzare nella sua intoccabile terzietà ed imparzialità, senza nessuna commistione con le parti del processo.

Deve essere giudice da sempre e per sempre.

Il pubblico ministero ed il difensore lo devono vedere come il “sacerdote laico” del processo penale, equamente distante dalla parti poste su un piano di assoluta parità.

Se vogliamo perseguire l’obiettivo del Giusto Processo previsto dall’art. 111 della Costituzione dobbiamo difendere l’identità del Giudice, la sua Terzietà, la sua Indipendenza, la sua Unicità da qualsivoglia forma di commistione con il pubblico ministero, che oggi inevitabilmente esiste nell’ordinamento giudiziario. In democrazia non si può confidare nell’attitudine all’indipendenza del singolo magistrato, bisogna creare un insieme di regole a tutela della sua effettiva indipendenza e terzietà.

Tutto il resto è simpatica aneddotica.

La custodia cautelare è un tema divisivo. Secondo l’Avv. Grosso l’abrogazione della norma é fortemente di natura politica che mira a: “un nuovo assetto dei poteri sociali, una nuova concezione dell’uguaglianza, largamente estranei allo spirito repubblicano che dovrebbe informare l’interpretazione dei principi costituzionali”. 

L’abuso è certamente da condannare, ma al tempo stesso disarmare un magistrato non crede possa determinare l’effetto opposto a quello di garantire la tutela della comunità?

Non riesco nemmeno ad intravedere in Italia un pubblico ministero “disarmato”. Sembra quasi un ossimoro. 

Semmai ritengo che la materia delle misure cautelari debba essere profondamente rivisitata ma peso anche che lo strumento referendario non sia quello giusto. Però ridurre la portata dell’esigenza cautelare connessa al rischio di reiterazione del reato, quella largamente più utilizzata per giustificare la misura cautelare, può essere un segnale politico importante nella direzione di riformare profondamente il sistema delle misure cautelari.

In Italia, di regola, prima si viene arrestati e molto dopo si viene condannati. Già questa è inciviltà, per non parlare dei numerosissimi casi di innocenti che hanno subito ingiustamente misure cautelari. 

Sappiamo che qualunque sia l’esito del referendum sul tavolo resteranno aperte molte questioni. Quali priorità potrebbero permettere di conciliare un clima più costruttivo, volto alla difesa del cittadino?

Credo che si dovrebbero immaginare grandi riforme, riforme epocali capaci di ridisegnare l’ordinamento giudiziario ed il processo penale. Non vedo però il clima politico adatto.

La Guadasigilli Marta Cartabia ha dichiarato “Sappiamo bene quanto è importante questa tutela dei diritti per i cittadini, ma c’è anche la ricaduta importante che questo ha sull’economia. Le stime più recenti della Banca d’Italia, nella relazione annuale, indicano che la piena realizzazione degli obiettivi previsti per il Pnrr,  in relazione alla durata dei procedimenti civili e penali, determinerebbe un aumento del Pil nel lungo periodo fino all’1,7 per cento”. Da marzo scorso i primi 200 assunti, a tempo determinato, per l’Ufficio del Processo : solo in Cassazione. In tutta Italia saranno 16mila e 500 le nuove figure reclutate, ma solo per 36 mesi. Ora si attendono i decreti attuativi e la parola passa al Parlamento.

Ma questa “ristrutturazione” del processo civile e penale servirà a gettare acqua sul fuoco e  a portare una maggiore efficienza nei processi, o alla fine si rischia di partorire un topolino?

Non abbiamo bisogno di acqua sul fuoco ma di un orizzonte ideale capace di ridisegnare gli assetti della Giustizia in Italia. Pensi, per esempio, che esistono centinaia di magistrati fuori ruolo che svolgono funzioni all’interno dei Ministeri, tra i quali il Ministero della Giustizia. Le pare questa l’espressione del principio della separazione dei poteri? Sarebbe opportuno rileggere Montesquieu. Potere esecutivo e potere giudiziario devono rimanere separati per evitare che il primo controlli il secondo ma anche che il secondo controlli il primo.

Chiudiamo questa intervista con una riflessione sulla “cifra etica” che i quesiti referendari si portano dietro. Avvocato De Sanctis, rimane sullo sfondo la figura di quel “giudice che lavora in silenzio”. Il ruolo del giudice è centrale nel giusto processo. Permettere ad un giudice di essere indipendente e non ricattabile non crede che sia la condizione migliore per permettergli di lavorare secondo i principi dettati dalla Carta Costituzionale e in applicazione di un’etica del lavoro che salvaguarda tutti i cittadini senza distinzione di grado sociale?

La cifra etica è ai massimi livelli nella misura in cui i temi della giustizia coinvolgono i principi fondamentali di una moderna democrazia: l’indipendenza e la terzietà del giudice, la presunzione di non colpevolezza, il diritto di difesa, la libertà, l’uguaglianza delle parti davanti ad un giudice equidistante. 

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