Tradurre gli altri – racconto di una giornata da flaneur

Corpo: Cosa possono imparare i manager dai flaneur? Durante la lezione di novembre del corso di Alta Formazione La  direzione e la revisione etica lo ha raccontato ai futuri ethics officer e ai nostri ospiti Antonio Prete, docente di  Letterature Comparate.

Come da tradizione abbiamo chiesto a una degli invitati di raccontare la sua esperienza d’aula. Ecco il diario di bordo diAntonella Rizzo. E come sempre, all’inizio e alla fine, la colonna sonora scelta da lei.

Memorie di una flâneuse …: poche note a margine di una giornata seminariale organizzata da

Assoetica

di Antonella Rizzo
Le voci che ho ascoltato sono state quelle di Antonio Prete e di Francesco Varanini.
Parto dalle loro storie per allontanarmene e poi ritrovarle.

Il luogo naturale delle traduzioni è l’altro foglio del libro aperto: la pagina a fianco che è coperta da segni paralleli. L’uomo che traduce, traghettatore notturno, ha fatto silenziosamente scivolare il senso da sinistra a destra, passando sopra la piegatura del libro. Senza armi né bagagli. E secondo una

logistica che egli mantiene come il proprio segreto; si sa solo che, passato il confine, le grandi unità di senso si raggruppano più o meno in masse analoghe: l’opera è salva.

[M. Foucault, Le parole che sanguinano, in Archivio Foucault. Interventi, colloqui, interviste. 1. 1961-1970, Follia, scrittura discorso, a cura di J. Revel, Feltrinelli, Milano, 1996, p. 83]

 

Ogni cosa che osserviamo, che ascoltiamo, che attraversiamo è un po’ come “l’altro foglio coperto di segni” di cui parla Foucault, quella pagina a fianco a noi che, come quella, a nostra volta siamo parte dell’opera. Come chi traduce scivola da un segno a un altro, allo stesso modo colui che si pone nella condizione di “passeggiare” tra i luoghi di senso che gli sono prossimi può esserne traduttore, può cioè aver cura di una quota di quel senso sapendo però che mai gli apparterrà davvero: tradurre è anche tradire, osservare è essere estraneo abbastanza a ciò che si osserva da poter “trovare le parole per dirlo”.

Questo è ciò che accade ad un traduttore che è a suo modo un flaneur di parole, come ci ha detto Antonio Prete, o a chi naviga tra le connessioni inattese dei mondi digitali, di cui ci ha parlato Francesco Varanini; e può accadere a chiunque si ponga davanti alle cose e nelle cose come “una pagina a fianco” ad esse. Cercare i modi e le parole per dire ciò che osserviamo è già provare a dare loro un’altra forma, come per tradurla, è tradirle per cambiarle e cambiare con loro. Come accade nell’incontro con l’altro.

L’idea degli organizzatori del corso di Alta Formazione La direzione etica di dedicare una giornata di riflessione sui “modi del passeggiare” tra i contesti, luoghi di senso per definizione, mi è sembrata di per sé trasformativa.
A ben guardare una città, luogo ispiratore dei primi flaneur, è un tessuto di storie, segnali e simboli, insomma un’opera viva, esattamente come un’organizzazione. L’organizzazione, come la città, è un luogo dinamico che ha strade maestre lungo le quali scorrono parole, si fissano azioni plurali che diventano comuni, dove si concentra la folla, ma ha anche piccoli angoli segreti, bui che custodiscono saperi e pensieri, poi ci sono i “passages”, spazi di sospensione e di raccordo tra un movimento e un altro che trovano respiro in alcuni luoghi di sosta.

Come pagine l’una a fianco all’altra, le persone, le azioni, le parole nella città e in un’organizzazione possono scivolare sotto l’occhio accorto del flaneur che ha cura dei loro destini, ne intravede i movimenti, mette insieme le unità di senso e per primo può esclamare: “l’opera è salva.”

Antonella Rizzo
Pedagogista, consulente di formazione ed etnologa.
Dottore di ricerca in Pedagogia dello sviluppo e antropologia della complessità è autrice di articoli in riviste e opere collettanee. Di origine salentina, da qualche tempo vive a Milano.