Essere Flaneur oggi – un invito ai manager

Restano solo posti in piedi per quest’aula Assoetica di Antonio Prete che propone un’improbabile liaison,“l’etica del  flaneur e la fretta del manager”. 

Francesco Varanini ha dettato il tema e ne introduce brevemente l’ottica così che il nostro docente poeta inizia con agio portandoci alla Parigi di Baudelaire.

… Il flaneur cammina senza meta in luoghi sconosciuti lasciandosi sorprendere generando così la consapevolezza di essere libero, nella natura.
La città che nell’800 ospitava il passeggio, l’incontro e la possibile conoscenza dell’altro, ora contrappone il passaggio, un muoversi frettoloso tra la folla anonima. Per ritrovarsi ci si deve rifugiare nelle case della borghesia dove tutto è ben collocato, organizzato, funzionale e riconoscibile.
Prete ci parla della riforma urbanistica con la quale Parigi nel 1848 recupera la funzione e il piacere dei boulevard, il passeggio delle carrozze che consentono di esibire i maquillages e confrontare l’emergente essere alla moda; i “passage”, brevi gallerie coperte da vetri sostenuti da eleganti strutture metalliche, ospitano le prime vetrine scintillanti in cui la merce acquista valore e desiderabilità.

E’ in questa città urlante che rincorre la velocità che il flaneur di Baudelaire vaga curioso, indugia indolente, indifferente, apparentemente senza scopo ma attento a coglierne lestranezze, le diversità nella loro fugacità, inafferrate da chi va di fretta ma non a lui, il flaneur animato da ” soprassalti di coscienza “. Baudelaire, ci dice Prete in questa escursione letteraria, è il pittore della modernità, l’arte è “sur naturale”, capace di andare oltre la natura, oltre la realtà stessa.

In questa cornice cerco di collocare la solitudine del manager, assordato dalle mille voci dell’organizzazione, alle prese con l’eterno dilemma etico interesse della proprietà-interessi degli stakeholder. Un interessante cono di luce viene da Tom Peters e Robert Watermanche negli anni ’80 pubblicano “Managing by wandering around”, un libro diventato per breve tempo un cult con i manager sollecitati ad ascoltare tutte le voci aziendali, anche le più deboli, e invitati a ritagliarsi una fetta considerevole del loro tempo per incontrare collaboratori e operai per capire i loro punti di vista, suggerimenti e lamentele. Siamo al flaneur post-post moderno, tutt’altro che bighellone.

“Possiamo imparare e interpretare camminando tra sentieri e boschi, vie e palazzi sempre uguali ma continuamente differenti” afferma Nietsche nonostante… il suo soggiorno torinese, “dignitosa, severa città” di cui però apprezza la gastronomia e “lo squisito senso di benessere diffuso su tutte le case”.

Finita l’aula, nell’apré dialogue che suggerisce Antonio Prete, mi riconosco pur non più manager uno spirito flaneur nella predisposizione allo stupore, nel visitare città sconosciute limitandomi ad annusarne il sapore, rinunciando a cose imperdibili per le guide turistiche per l’emozione inaspettata, lo sconsciuto; anche camminando nella mia stessa città sono restìo a memorizzare nomi di strade e linee tramviarie, costantemente attratto da un’aspettativa di sorpresa, spesso ben ricompensata.

In un’intervista a Repubblica dello scorso marzo il premio Nobel Carlo Rubbia dice, sulla soglia del novant’anni “sì cerco ancora lo stupore, la curiosità non la saggezza ha trasformato l’uomo”.

Capacità di stupirsi, l’invito ai manager ad imboccare la Direzione Etica.

 

di Bruno Bonsignore, Presidente di Assoetica